Iwama Shin-Shin Aiki Shuren-kai: Storia, presente e futuro

Iwama Shin-Shin Aiki Shuren-kai: Storia, presente e futuro

Articolo pubblicato su BudoJapan con testo di Grigoris A.Miliaresis
(Qui l’articolo originale)
Traduzione dall’inglese: Gian Luca Guerra (www.dentooiwamaryu.it)

Hitohira Saito

(Saito Hitohira Sensei)

Iwama Shin-Shin Aiki Shuren-kai: La nascita di un Koryu*

Per quanto mi piaccia occasionalmente passare per quello che ne sa tanto dopo tanti anni di pratica, per quello che le ha viste tutte e le ha provate tutte (o almeno fingo di farlo!), devo confessare che non posso assolutamente vantare alcun ricordo di ciò che alcuni hanno definito il grande scisma dell’Aikido del 1974, quando Koichi Tohei (1920-2011) lasciò l’Organizzazione Akikai per creare la propria, il Ki no Kenkyukai. All’epoca avevo solo sette anni e il mio interesse per il Giappone e, di conseguenza, per le arti marziali, non sarebbe decollato per almeno altri cinque anni. Quando ne venni a conoscenza, Koichi Tohei era già diventato un’altra grande figura indipendente nel mondo dell’Aikido e l’unico legame con l’Aikido dei vecchi tempi, saldamente radicato in Giappone c’era Morihiro Saito, che ancora viveva nel Dojo di Morihei Ueshiba in Iwama .

Quando ebbe luogo la separazione della dinastia Saito (dall’Aikikai N.d.T.), era il 2003 e stavo già praticando Aikido; nel frattempo Internet era già diventato una parte importante della nostra vita e molte altre informazioni erano quindi disponibili. Hitohiro Saito, il figlio di Morihiro Saito che era deceduto nel 2002, tre anni dopo il secondo Doshu Kisshomaru Ueshiba, si era separato dall’Aikikai e aveva creato la propria organizzazione, quella che ora conosciamo come Iwama Shin-Shin Aiki Shuren-kai, situata vicino al vecchio Dojo di M.Ueshiba e al santuario di Iwama (Aiki Jinja N.d.T.), ma non sui loro possedimenti. Anche se le ripercussioni derivanti da quella divisione non erano importanti come quelle che coinvolsero Koichi Tohei, essa ha suscitato discussioni molto vivaci nel Dojo e sul panorama di Internet. Questo perché per la maggior parte delle persone era come se fosse avvenuto un divorzio tra le famiglie Ueshiba e Saito, dopo una matrimonio durato oltre 50 anni.

Morihiro Saito: il custode …

Morihiro Saito Sensei era un personaggio stravagante; ho sentito gente chiamarlo “il segreto meglio custodito dell’Aikido”, riferendosi soprattutto alla sua scelta di rimanere in Iwama e di continuare ad insegnare quello che aveva appreso da Morihei Ueshiba nei 23 anni vissuti al suo fianco, ed era, senza dubbio, il suo discepolo più devoto durante l’ultima fase della sua vita. Questa dedizione all’eredità dell’Aikido di O-Sensei fu il motivo che indusse persone che mai si erano allenate con lui (M.Saito N.d.T.) o che mai lo avessero visto insegnare o fare dimostrazioni, a rispettarlo enormemente. A seguito della sua morte avvenuta nel 2002, un duro colpo per il mondo dell’Aikido, e la separazione difficile da comprendere avvenuta nel 2003 di suo figlio dall’Aikikai, la domanda su chi avrebbe mantenuto vivo lo spirito del Dojo di Iwama senza la presenza della famiglia Saito fece la comparsa sulle labbra dei professionisti di tutto il mondo.

Morihiro Saito e Morihei Ueshiba
(Morihiro Saito e Morihei Ueshiba)

Naturalmente le organizzazioni hanno i loro modi di sopravvivere: è così che fanno la storia. Anche se era all’inizio della sua carriera, il terzo Doshu, Moriteru Ueshiba riuscì a reinventare magistralmente il Dojo di Iwama come “Ibaraki Dojo” e a gestire gli insegnanti locali ed i praticanti di lunga data che scelsero di non seguire Hitohiro Saito con gli insegnanti del Tokyo Honbu (compresi lui stesso e più tardi suo figlio, l’erede apparente alla posizione di Doshu) rendendolo istituzionalmente legato all’organizzazione Aikikai, superando quindi il legame personale stabilito da Saito nel corso degli ultimi anni della sua vita. E poiché il tempo è spietato, oggi, a 15 anni dalla scissione, ci sono persone dal Giappone e dall’estero che hanno trascorso giorni, settimane e mesi praticando a Iwama e che conoscono Saito solo come nome del passato – quasi allo stesso modo con cui conoscono solo per nome Morihei Ueshiba.

…e il co-creatore

Da un certo punto di vista, la spaccatura ha reso immortale Morihiro Saito in due diversi aspetti della tradizione: per l’Aikikai era l’uomo che ha tenuto in vita il Dojo di Iwama, e questo fatto e la sua stessa presenza sono così intimamente intrecciati nella storia dell’Aikido del dopoguerra che non possono essere negati, messi in dubbio o screditati. Per l’Iwama Shin-Shin Aiki Shuren-kai, ora nella sua fase di pubertà (è vecchia quanto la divisione: 15 anni), è il fondatore-dopo-il-fondatore, la persona che non ha mai smesso di predicare il vangelo di Morihei Ueshiba . E, ovviamente, è il padre e il principale insegnante del leader di questa generazione, che lo rende il più vicino e importante per l’organizzazione stessa come Kisshomaru Ueshiba lo era per l’Aikikai. Non credo che i parallelismi finiscano qui: anch’io condivido la convinzione che, insieme al secondo Doshu e Koichi Tohei, Morihiro Saito sia stato il creatore dell’Aikido come lo conosciamo oggi.

Anche una rapida occhiata superficiale ai video esistenti di Morihei Ueshiba, mostra che anche se una parte del suo retaggio esiste in ciò che milioni di persone praticano oggi come “Aikido”, questa parte è in realtà piccola. Quello che vediamo negli Shihan di oggi è Morihei attraverso la comprensione dei tre grandi che gli succedettero: suo figlio, Kisshomaru Ueshiba, il capo istruttore del dopoguerra Honbu Dojo, Koichi Tohei e la persona che ha vissuto più vicina a lui per l’ultimo quarto della sua vita, Morihiro Saito. L’influenza di queste tre persone è così grande che puoi vederla anche in persone che non si sono mai allenate con loro: i grandi movimenti fluenti di Kisshomaru Ueshiba possono essere visti in persone che non sono direttamente affiliate all’Aikikai, l’energia esplosiva di Koichi Tohei in persone che non l’hanno seguito dopo la spaccatura del 1974 e l’enorme vigore di Morihiro Saito in persone che non hanno mai messo piede a Iwama.

Quello che rende il caso di Morihiro Saito il più sorprendente è che è riuscito a influenzare tante persone partendo però da un handicap: non aveva una sua organizzazione come Kisshomaru Ueshiba e Koichi Tohei o la loro aria cosmopolita – non nascondeva mai il fatto di essere un provinciale ragazzo di campagna che si imbatté in quello che sembrava una leggenda vivente (“il vecchio faceva una strana arte marziale tra le montagne”), lo andò a vedere, ne fu incantato e quindi si fermò. E quando lo fece, si immerse totalmente nella pratica del “vecchio con le strane tecniche” e riuscì a stargli a fianco. A detta di tutti, questo non deve essere stato affatto facile: il vecchio era anche lui un contadino che era riuscito a moltiplicare la sua forza fisica e mentale molte volte e a mantenerla tale nonostante i suoi anni. Ma Morihiro Saito ha perseverato e tenuto il passo e anche nei video l’energia che irradia è quanto di più simile all’energia di Morihei Ueshiba.

Libri in inglese ed un piccolo dojo di campagna

È interessante notare che l’approccio unico di Morihiro Saito all’Aikido è riuscito a superare i confini e a trovare radici in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Italia e dall’Australia alla Svezia. Però non lo definirei sconcertante: la serie di libri “Takemusu Aikido” prodotta con Stanley Pranin e in particolare il volume 6, il commento al manuale di addestramento “Budo” di Morihei Ueshiba del 1938, ha dato al mondo anglosassone un’idea della sua interpretazione di Aikido, mentre la sua insistenza nell’insegnare jo e bokken era la risposta alle esigenze di tutti gli aikidoka che si chiedevano perché l’Honbu Dojo non insegnasse le armi. Per inciso, è interessante che sia la maggior parte non giapponese a richiedere costantemente tecniche di armi (posso attestarlo, avendo praticato l’Aikido soprattutto al di fuori del Giappone): in Giappone le persone che praticano all’Honbu Dojo e presso i suoi satelliti non sembrano preoccuparsi molto di questo aspetto della pratica dell’Aikido.

E poi c’è la mitologia della piccola cittadina degli uchideshi: per coloro che volevano vivere il loro mito del “duro allenamento in un piccolo Dojo nel Giappone rurale”, il Dojo di Iwama e Morihiro Saito lo hanno alimentato in abbondanza! La stessa città di Iwama, i dintorni del Dojo e le strutture per vivere e praticare, il programma uchideshi, l’atteggiamento duro sia dell’istruttore che della gente del posto, reale e per associazione e, soprattutto, la pratica veramente dura, erano esattamente quello che gli aikidoka non giapponesi necessitavano di provare per poter definire il loro Aikido come “vero”. In un certo senso, le persone che andarono a Iwama durante il periodo Saito impararono sia l’arte marziale moderna che quella classica, un budo moderno ed un koryu bugei nello stesso tempo, in circostanze che si adattarono perfettamente alla loro idea di come dovesse essere insegnato il budo: nel cuore della campagna giapponese, in un Dojo privato, accanto ad un santuario shintoista, da un allievo diretto del Fondatore, con un contatto diretto, vivendo nello stesso ambiente e lavorando la terra.

Non sto facendo del facile umorismo su quanto detto precedentemente: tutti quelli che erano interessati al budo giapponese avevano queste fantasie, soprattutto perché fino a qualche decennio fa non erano fantasie! Ancora oggi, ogni volta che dico a qualcuno proveniente dall’estero che la maggior parte del Koryu (o del Budo) è praticata nei centri sportivi municipali con spazi affittati a tariffa oraria, posso vedere la delusione nei loro occhi. Siamo cresciuti credendo che i centri sportivi municipali siano adatti al basket e al ping-pong, non per i nobili percorsi verso l’autorealizzazione come le arti marziali. A questo punto capisco perfettamente perché tutte queste persone si sono radunate ad Iwama negli anni in cui Morihiro Saito stava insegnando: ho provato la stessa cosa quando ho visitato il Dojo anche se era ben dopo la sua scomparsa, dopo la separazione e oltre nel periodo “Ibaraki Dojo” . È il dojo in cui tutti vogliono allenarsi.

L’eredità di Saito (Morihiro N.d.T) continua: Hitohira Saito

Non riesco a immaginare come debba essere stato per Hitohiro (ora Hitohira) Saito essere nato ed aver passato i primi anni della sua vita in quel posto, con Morihei Ueshiba ancora vivo. Anche supponendo che non abbia mai avuto un vero addestramento dal fondatore dell’Aikido (quando Morihei Ueshiba morì, aveva solo 12 anni), il fatto stesso che la sua vita quotidiana fosse il Dojo, lo stesso Ueshiba e sua moglie, Hatsu, un gruppo extra di nonni e tutte quelle persone che venivano a praticare, devono essere stati elementi determinanti per la sua vita futura. Voglio dire sì, è un cuoco ed artista di una certa fama, ma mi chiedo, è mai stato messo in dubbio che sarebbe stato coinvolto dall’Aikido in modo più profondo di quella che poteva essere una pratica occasionale da una o due volte la settimana? Ammettiamolo: come i rampolli di Ueshiba, è un componente della reale famiglia dell’Aikido quindi il suo futuro era praticamente predestinato.

In un certo senso, la sua stessa genealogia e la sua educazione spiegano la decisione di Hitohira Saito di lasciare l’Aikikai; non posso fingere di sapere come si sente o cosa pensa, ma posso capire che se hai un rapporto così vecchio e così profondo con qualcosa e così personale da coinvolgere la famiglia, reale e sentito, allora lo vuoi sviluppare a modo tuo. E sì, puoi vedere il punto di vista degli altri (cioè dell’Aikikai) ma traccerai la linea da qualche parte. E la sua linea, come enunciato nella sua dichiarazione del settembre 2004, quella che girava durante il suo seminario in Italia, era che voleva mantenere il diritto di emettere certificati Iwama-ryu per i suoi studenti. Il che, ancora una volta, ricorda il modo in cui i Koryu Bugei sono organizzati – anche se viene usato un nome in stile Koryu: Iwama-ryu, a significare l’importanza che il posto ha per lui, come è stato per suo padre.

E perché no? È nato lì, suo padre è nato e lì è morto, ha imparato l’Aikido lì, sta insegnando l’Aikido lì – è letteralmente un figlio della terra e voleva mantenerlo vivo (L’Aikido N.d.T.) in nome del suo stile (e lo fece, alla fine, nominando la sua organizzazione Iwama Shin-Shin Aiki Shuren-kai), più o meno allo stesso modo di Kashima Shinto-ryu e Katori Shinto-ryu (e anche il mio Buko-ryu Toda-ha). Giusto per essere chiari, questo non significa che prendo la sua difesa nella disputa con l’Aikikai: non conosco tutti i fatti e anche se l’ho fatto, non è il mio posto. Ma posso vedere da dove viene, letteralmente e figurativamente, posso capire perché ha deciso di disegnare quella particolare linea di demarcazione nella sabbia e posso capire perché continua come lui (Morihiro N.d.T.). E francamente, quello che ho visto quel giorno all’undicesimo Enbu Taikai dell’Iwama Shin-Shin Aiki Shuren-kai a Kasama (che in pratica è il nuovo nome per le città di Iwama e Tomobe), lo ha confermato senza mezzi termini.

La dimostrazione dell’Iwama Shin-Shin Aiki Shuren-kai

In una piccola struttura provinciale – ironicamente un municipio – hanno raccolto gruppi provenienti dai dojo giapponesi dell’Iwama Shin-Shin Aiki Shuren-kai (Nagoya, Osaka, Sendai, Tanabe, Akita, Tsukishima, Hitachi, ecc.) e da 9 dojo esteri dello stesso (Taiwan , Australia, Argentina, Russia, Italia, Francia e Uruguay) per commemorare il 50 ° anniversario della morte di Morihei Ueshiba e il 17 ° anniversario della morte di Morihiro Saito. Dopo una breve cerimonia scintoistica, è seguito un saluto ed una introduzione di Hitohira Saito che è stata seguita da dimostrazioni prima dalla rappresentanza dei dojo giapponesi, poi dai membri non giapponesi dell’organizzazione e infine dal suo capo scuola, lo stesso Hitohira Saito, in totale oltre 100 praticanti con circa la metà di loro provenienti dall’estero. Tutto sommato, due ore piene dell’espressione della comprensione dell’Aikido da parte dell’erede della famiglia Saito e dei suoi discendenti, nella vita reale e nell’arte; in altre parole, il presente ed il futuro di Iwama-ryu (lo so, il nome è Iwama Shin-Shin Aiki Shuren-kai ma a mio avviso è sempre Iwama-ryu).

Enbu Taikai 2018
(Enbu Taikai 2018)

Tecniche a mani nude, proiezioni e immobilizzazioni, pugni e calci, armi contro armi (compresi i famosi jo kata dei 13 e dei 31 movimenti praticati fronteggiando avversari) e tecniche di disarmo – tutte le tecniche sono state eseguite nei tre livelli (kihon/katai/rigido, yawarakai/morbido e ki-no-nagare/fluente) abbiamo imparato ad associarli con i “quattro corpi” dell’Iwama-ryu (kotai/corpo rigido, jutai/corpo flessibile, ryutai/corpo fluente e kitai/corpo energetico). E tutto ricordava il movimento forte e solido di Morihiro Saito, pieno di forti Kiai e attacchi atemi, un mondo a parte rispetto a quello che abbiamo imparato a chiamare “Aikido” come definito dall’Aikikai e dai grandi movimenti circolari che caratterizzano principalmente l’eredità Kisshomaru Ueshiba, ma che ricorda anche l’ultimo periodo, quasi disincarnato (Spirituale N.d.T.) di Morihei Ueshiba. Questo Aikido porta con sé il suolo duro con cui i contadini di Iwama devono lottare per far fruttare la terra – dubito che possa esserci un’analogia più chiara per lo stile di Shin-Shin Aiki Shuren-kai, un Aikido genuino e senza pretese, ma non necessariamente poco sofisticato.

(Enbu Taikai 2018)

(Enbu Taikai 2018)

Per qualcuno con il mio background, è difficile esprimere un’opinione sull’Aikido di Hitohira Saito e sul suo Shin-Shin Aiki Shuren-kai: il mio obiettivo principale è lo studio delle arti delle armi, nate secoli prima del suo, e del mio background di Aikido derivato da un mix di Kisshomaru Ueshiba e Koichi Tohei, un tentativo di bilanciare i grandi movimenti e il rilascio istantaneo di energia. Inoltre nessuna delle mie scuole ha una relazione particolare con il soprannaturale come Morihei Ueshiba aveva con i Kami del Giappone (c’è una ragione per cui Hitohira Saito usa la parola “shin/kami” nel nome della sua organizzazione). Ma c’è sicuramente una cosa che anche uno distante come me può riconoscere: l’amore che lui ed il suo gruppo hanno per Morihei Ueshiba ed i suoi insegnamenti, un amore così profondo che sfida molte delle nozioni del budo moderno. Nel bene o nel male, quello a cui abbiamo assistito quel giorno nella sala di Kasama è stato un Koryu in fase di elaborazione: compatto, personale, concentrato e con una relazione potente e passionale verso i suoi antenati – diamogli tempo, e in un paio di generazioni lo vedremo nelle dimostrazioni delle associazioni Koryu accanto al Daito-ryu o al Wado-ryu.

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(*) Koryū (古流) è una parola giapponese che si traduce in “antica scuola” o “antica tradizione” soprattutto nel contesto delle arti tradizionali giapponesi (arti marziali, artigianato) che risalgono a prima della modernizzazione (Periodo Meiji). (Fonte Wikipedia)

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